Il “tredici” della Francia porta la firma di Patrick Favre: il tecnico di Bionaz regista del trionfo nel biathlon
Se la Francia dei Giochi di Milano-Cortina 2026 può festeggiare un sesto posto nel medagliere generale, il merito va quasi interamente allo “scia e spara”. I numeri non mentono: senza i successi del biathlon, la delegazione transalpina sprofonderebbe in 15esima posizione, dietro persino alla Gran Bretagna. È stata una spedizione “biathlon-centrica”, tanto che persino l’Eliseo si è dovuto inchinare: il presidente Emmanuel Macron ha ringraziato pubblicamente la squadra che ha portato in dote ben 13 medaglie (6 ori, 4 argenti e 3 bronzi).
Ma dietro ai trionfi di Julia Simon e compagne c’è un segreto che parla italiano, anzi, valdostano. Il “top della gamma” nel settore cruciale, il tiro, porta la firma di Patrick Favre. L’intervista completa è stata realizzata da Francois Domaine per Aostasera
Il volto serafico dietro allo “Zero”
A bordo pista, mentre Lou Jeanmonnot o Julia Simon martellano i bersagli di Anterselva, le telecamere cercano sempre lui: Patrick Favre. Imperturbabile, serafico, il 53enne di Bionaz osserva i suoi gioielli abbattere bersagli con la freddezza di chi conosce ogni segreto della carabina. Un personaggio d’altri tempi, Patrick: poche parole, zero social (“Prima si vince, poi eventualmente si parla“, ama ripetere ricordando i tempi in cui conquistava l’argento sprint a Kontiolathi ’99) e una competenza balistica che lo ha reso il tecnico più ambito del circuito.
Staffette d’Oro e il “miracolo” del collettivo
Il capolavoro di Favre a Milano-Cortina si riassume nei tre ori conquistati nelle staffette. Per Patrick, la gara a squadre ha un valore sacro. “La forza del gruppo è saper riparare alla prestazione meno brillante di un compagno”, spiega il tecnico. E così è stato: dalla mista d’apertura alla clamorosa rimonta degli uomini, fino al trionfo delle ragazze, dove le giovani Michelon (oro nell’inseguimento proprio davanti alla Simon), Jeanmonnot e Bened hanno dimostrato di non sentire il peso del debutto a cinque cerchi.
Gestire il “Caso Simon-Braisaz”: Diplomazia e Risultati
Ma il vero miracolo di Favre è stato extra-sportivo. Gestire un team spaccato dalla nota vicenda legale tra Julia Simon e Justine Braisaz-Bouchet avrebbe fatto tremare chiunque. Non lui. “Non dobbiamo essere tutti amici per la pelle per lavorare bene insieme. Le ragazze sono state brave a non farsi distrarre da chi fomentava la rissa”, ammette con la consueta lucidità. Il risultato? Un gruppo che sul campo ha funzionato come un orologio svizzero, o meglio, come una carabina perfettamente tarata.
Un pezzetto di Doro e Lisa è anche suo
Patrick non dimentica le sue radici. Dopo aver allenato l’Italia a Vancouver e Sochi, rivendica con un pizzico d’orgoglio il lavoro fatto con le nostre punte di diamante. “Alcune delle ragazze che hanno fatto grande il biathlon azzurro le ho allenate anche io, come Lisa Vittozzi o Dorothea Wierer”. E proprio su Doro, che ha chiuso la carriera ad Anterselva a un passo dal podio nella Mass Start, Favre spende parole di stima: “Smettere a quel livello non è facile. Un errore in meno e sarebbe stata medaglia: il biathlon è sempre una questione di dettagli infinitesimali”.
Il futuro: Ritorno a casa o conferma francese?
Con la chiusura del quadriennio olimpico, il mercato dei tecnici entra nel vivo. Mentre si vocifera di un rimescolamento totale nello staff francese (con il possibile ritorno di Siegfried Mazet dalla Norvegia), il futuro di Patrick è ancora da scrivere. Per ora si gode il silenzio di Bionaz e i successi del nipote Walter Landry, che domenica è salito sul podio dei regionali a Brusson.
La Francia trema all’idea di perderlo, l’Italia osserva. Una cosa è certa: ovunque ci sia da insegnare come si gestisce il vento e la pressione al poligono, il nome di Patrick Favre sarà sempre in cima alla lista dei desideri.
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