A Biathlon Azzurro, Egil Gjelland si presenta: “Per me è fondamentale coinvolgere l’atleta nel processo di allenamento”
Segue le azzurre al poligono e in pista, le filma, dà qualche suggerimento sulla tecnica, scherza con loro in inglese e dialoga tanto con l’allenatore di tiro Edoardo Mezzaro. Seguendo Egil Gjelland al lavoro, si comprende perché il dt azzurro Klaus Höllrigl abbia deciso di puntare su di lui. L’allenatore norvegese si è completamente lasciato coinvolgere nella sua nuova realtà, quella italiana.
Oro olimpico da atleta con la staffetta maschile della Norvegia a Salt Lake City 2002, Gjelland ha poi allenato proprio la nazionale norvegese, prima di dirigere per ben sei stagioni la Repubblica Ceca, dove è rimasto fino al 2024. Poi la decisione di lasciare il biathlon e dedicarsi completamente a un allevamento ittico nella sua Norvegia, del quale era responsabile operativo. Da lì, è proprio il caso di dirlo, lo ha pescato la nazionale italiana, cogliendone quella voglia di rimettersi in gioco, che Biathlon Azzurro ha potuto vedere dal vivo in occasione dello scorso raduno a Passo di Lavazè.
Lo abbiamo incontrato all’interno del Dolomiti Apart & Rooms, dove la squadra azzurra è di casa da tempo. Seduto su una poltrona della struttura a Ville di Fiemme, Gjelland parla con calma, come fa anche con le sue atlete, cercando di farsi capire al meglio.
Com’è nata la trattativa con la nazionale italiana?
«Al termine della passata stagione ho ricevuto diverse offerte, tra cui quella dell’Italia. Conoscevo Klaus già da tempo, così ho subito preso in considerazione la sua chiamata. Ho quindi contattato Giacomo Tiraboschi, che in passato ha fatto parte del service azzurro, che è il compagno della sorella di mia moglie. Gli ho chiesto consiglio e lui mi ha spinto ad accettare. Due anni fa avevo deciso di lasciare il biathlon, perché stavo lavorando troppo e volevo concentrarmi su questo allevamento ittico. Ora sento il desiderio di tornare, così il mio lavoro qui alla fish farm si concluderà a breve, il tempo di aiutarli in una fase di passaggio dell’azienda».

È stato quindi un si immediato?
«Non proprio. Ho detto di no ad altre squadre, ma ultimamente avevo iniziato a pensare di tornare. Così quando Klaus mi ha chiamato ho parlato con il proprietario dell’azienda con cui lavoro per avere il via libera. Anche se sono un libero professionista, ritenevo giusto che lui fosse d’accordo nel lasciarmi andare, una questione di correttezza nei loro confronti, visto l’azienda sta attraversando una fase importante. In un primo momento egli non voleva lasciarmi andare, poi quando Klaus ha chiamato una seconda volta, mi è stato dato l’ok e ho subito accettato l’offerta dell’Italia».
Ha notato delle differenze nell’approccio al biathlon in Italia rispetto alle sue precedenti esperienze?
«Fondamentalmente, lavoro con gli atleti tutto il tempo e loro hanno tutti la stessa mentalità: vogliono ottenere risultati, migliorare, competere. Non c’è grande differenza. Poi cambiano altri aspetti. Per esempio, in Repubblica Ceca c’era un modo diverso di organizzare la federazione, ma tutti gli atleti vogliono sempre lo stesso: competere al massimo delle loro possibilità».

Dalle interviste con le sue atlete, è uscito che lei chiede loro una maggiore responsabilità nel processo di allenamento.
«Si. Per me è importante che loro ne siano parte, che se fanno un certo allenamento è perché ci credono, ne sono convinte e vogliono fatto. Anche io da allenatore posso sbagliare, quindi voglio capire da loro cosa le aiuta a rendere al meglio. Loro devono essere parte del piano. Io decido una linea di base, la presento a loro, che hanno tutto il diritto di cambiarla e adattarla a sé stesse. Dobbiamo trovare il miglior percorso per ciascuna atleta, questo è l’obiettivo».
Con la Repubblica Ceca era allenatore sia di tiro che di fondo. In Italia il suo ruolo riguarda principalmente la preparazione?
«Sono allenatore responsabile della squadra e specializzato sulla preparazione fisica. Edo (Mezzaro, ndr) è l’allenatore di tiro e sta lavorando molto bene. Lui è davvero bravo non soltanto dal punto di vista tecnico ma anche in quello comunicativo, perché sa relazionarsi bene alle atlete. Tra noi c’è un ottimo dialogo e confronto continuo. L’atmosfera all’interno della squadra è stata fin qui molto buona».

Lisa Vittozzi viene da una stagione sicuramente speciale, nella quale è partita dall’anno di stop e ha finito per vincere l’oro. Ritiene possa migliorare ancora?
«Sicuramente. Ogni atleta può sempre farlo, quando sente di avere attorno il supporto giusto e di stare facendo un buon lavoro. Lei è un’atleta molto intelligente, che sa sempre cosa vuole e come ottenerlo. Il nostro obiettivo principale deve essere di supportarla ed aiutarla a migliorare ancora».
Che tipo di lavoro sta facendo con lei?
«C’è una piccola differenza tra il modo di lavorare norvegese e quello italiano. Diciamo che stiamo facendo più o meno le stesse cose, ma organizzandoci forse in maniera un po’ diversa. La cosa principale resta sempre coinvolgere l’atleta nel lavoro deve fare. Sta a loro decidere».

Nella passata stagione Vittozzi si è allenata da sola. Come è stato il suo reinserimento in gruppo? Quanto è importante la sua presenza per il resto della squadra?
«È veramente importante avere un’atleta come lei, ma dall’altra parte è anche vero il contrario, perché le sue compagne sono altrettanto importanti per Lisa. Anche se sei la migliore, un’atleta al top, c’è sempre qualcosa che le atlete più giovani possono darti. Se hai un gruppo che lavora in armonia, allora c’è l’opportunità di costruire un team forte. L’importante è sempre che In raduno lavorino tutte insieme al meglio, poi non c’è bisogno che una volta a casa escano assieme. A me non serve che le atlete siano migliori amiche, ma che lavorino bene assieme».

Durante l’allenamento ho visto che dava spesso suggerimenti tecnici alle atlete. È un aspetto per lei importante nel fondo?
«Certamente, la tecnica è una componente importante. Ma non ne sono ossessionato da dire di mettere il braccio in una maniera o nell’altra. Per me è più importante che le atlete abbiano la sensazione di velocità, di qualcosa che fa guadagnare loro tempo. Queste atlete hanno lavorato tanto sulla tecnica, sciano bene, hanno già fatto un ottimo lavoro con i precedenti allenatori. Diciamo che si cerca solo di migliorare ulteriormente tutto l’insieme».
A fine agosto, in occasione dei Campionati Italiani Estivi in Val Martello, ha avuto modo di vedere anche le atlete fuori dal suo gruppo. Che idea si è fatto del movimento italiano?
«Che qui si sta lavorando bene. Al momento, dobbiamo scegliere un’atleta per la prima tappa della Coppa del Mondo. Devo dire, che ce ne sono diverse che hanno un ottimo potenziale per esserci. Vedo solo aspetti positivi da queste atlete, che credo possano sicuramente far parte di questa squadra. Diciamo che non sono affatto pentito di aver accettato l’offerta italiana (ride, ndr)».
Quanto ritiene importante l’esperienza ad alto livello che ha fatto da atleta?
«Credo lo sia perché mi aiuta a comprendere meglio le loro sensazione, capire di cosa stanno parlando, del tipo di sfide che stanno affrontando. Dal mio punto di vista è importante».

