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Andrea Zattoni: “Giacomel è guarito al 100%, ma ha speso tante energie mentali per recuperare dall’ultimo infortunio.

«Mi lusinga il fatto di poter continuare questo percorso, perché ho avuto fortuna ad allenare e gestire atleti di altissimo livello, che hanno vinto tanto. Alle spalle c’è un’identità di lavoro che continua e sembra funzionare, indipendentemente dai risultati sportivi».

 

Andrea Zattoni si prepara ad iniziare il suo terzo ciclo olimpico da allenatore della nazionale azzurra di biathlon. Entrato in Squadra A nella primavera 2018, affiancando il veterano Andreas Zingerle, ha vissuto il biennio d’oro 2019 e 2020, con i successi di Wierer e un’Italia da favola. Con la rivoluzione post Pechino 2022, l’allenatore delle Fiamme Gialle è stato affiancato questa volta da Fabio Cianciana, con cui è nato un legame profondo. Un quadriennio che oltre ad accompagnare Wierer a una chiusura di carriera ancora ad altissimi livelli, ha visto l’esplosione di Tommaso Giacomel e un Hofer ancora in grande condizione. Ora è al via una nuova era.

 

Si trova alla guida di un gruppo in parte nuovo. Non c’è Wierer, quindi avete ben sette uomini, con gli ingressi di Nicola Romanin e Christoph Pircher che fanno per la prima volta parte della Squadra A.  

 

«La loro presenza ha dato nuova linfa. Quando lavori con lo stesso gruppo per molti anni, avere dei nuovi stimoli aiuta tutti. Christoph e Nicola si sono inserimenti bene, avvantaggiati anche dal fatto che entrambi hanno passato quasi metà della passata stagione in Coppa del Mondo e conoscevano bene sia noi che le dinamiche del gruppo. Sono due atleti con tanta voglia di lavorare. Hanno età e storie diverse, ma sono accomunati dalla volontà di fare bene ed impegnarsi, al punto che ogni tanto qualcuno dei due va anche frenato».

 

Questa estate avete cambiato qualcosa nella preparazione?

 

«In linea di massima il lavoro segue la falsariga di quello fatto fino allo scorso anno, anche perché abbiamo visto dei risultati molto buoni. Tolto Luki (Hofer, ndr) che segue un percorso a parte, sempre sotto la nostra supervisione, gli altri hanno una linea simile. Cambieremo qualcosa da adesso in poi, spostando il focus su elementi che potrebbero venirci più utili soprattutto nella prima parte di stagione. Alla fine abbiamo cambiato poco, abbiamo anche riproposto i raduni praticamente nelle stesse località dello scorso anno.  Quando decidiamo di andare in un posto, lo facciamo in funzione dei lavori che vogliamo fare».

 

A che punto sta Giacomel? Che lavoro state facendo con lui per metterlo in forma in vista di inizio stagione?

 

«Sicuramente le cose che gli sono successe prima il 20 febbraio, poi il 21 giugno, erano inattese, in particolare la prima. Dopo il problema cuore, devo dire che alla ripresa era riuscito a trovare subito un buon livello di allenamento. Al tiro erano arrivati subito buoni feedback al primo raduno, pur non avendo sparato per parecchio tempo. Ahimè l’incidente in mountain bike ha complicato tutti i piani, perché da quel giorno abbiamo dovuto rivedere tutta la preparazione. Dopo 8 giorni di stop totale, Tommaso ha seguito un percorso personalizzato. Nel primo periodo il focus era su fisioterapia e riabilitazione. L’allenamento atletico è stato solo un contorno a quelle due attività, che sono state le più importanti perché adesso abbiamo un atleta sano quasi al 100‰. Quella scelta ci sta dando ragione e speriamo sia così per il resto della preparazione e l’inizio stagione».

 

Lui ha detto di sentirsi molto indietro di condizione.

 

«Fisiologicamente non ha perso molto, perché comunque dopo quei giorni di stop l’allenamento è stato fatto bene, con tanti lavori di intensità. Manca un po’ di lavoro specifico. Non avendo fatto skiroll per un po’ di tempo, ci serve un momento per riadattarlo a quel tipo di gesto. C’è bisogno di un ricondizionamento della parte alta e i tempi di spinta per gli arti inferiori. In tutto questo, va aggiunto anche il biathlon nel suo insieme, perché non sparando per tanto tempo qualcosina ha perso. Ma ha già dimostrato ottime cose».

 

È fiducioso che possa arrivare pronto al via della stagione?

 

«Magari Tommaso non sarà al 100% del suo valore, non tanto dal punto di vista fisico, quanto mentale. Quel mese e mezzo di riabilitazione è costato tanto a lui soprattutto sotto quell’aspetto. Quindi, potrebbe volerci un più di tempo perché possa essere pronto alle gare anche dal punto di vista mentale.  Abbiamo ancora quasi due mesi prima della Coppa del Mondo e a Geilo anche l’occasione di fare una tappa di verifica prima del via. Potremo sistemare».

 

Che tipo di lavoro avete svolto con il resto del gruppo?

 

«Con Patrick (Braunhofer) abbiamo impostato tanto lavoro a bassa intensità e un controllo e gestione delle intensità più alte, che era stato il suo limite in passato. Già nell’anno passato si sono visti dei risvolti positivi.

Didier (Bionaz) ha un livello atletico molto alto e lo sta dimostrando in allenamento. Con lui dobbiamo cercare di chiudere il cerchio del biathlon a 360 gradi. È il nostro obiettivo e il suo.

Con Elia (Zeni) cerchiamo di renderlo consapevole del suo potenziale. In laboratorio ha dei numeri da élite internazionale, ma da lì a portarli in pista quando si indossa il pettorale, la strada non è sempre in discesa. Lavoriamo con quello. Christoph (Pircher) e Nicola (Romanin) hanno 10 anni di differenza. Con uno lavoriamo per costruire il futuro e con l’altro stiamo cercando di ottimizzare al massimo per farlo rendere il più possibile in questi ultimi anni. Nicola ha una motivazione altissima, grande voglia di fare questo sport e lavoro. La sua storia è totalmente diversa da quelle degli altri. Il fatto di essere riuscito a far parte di questo gruppo rende onore a sé stesso e quanta energia ha investito per arrivare fin qui».

 

Anche quest’anno, Lukas Hofer ha avuto un programma personalizzato.

 

«Con lui sono stati impostati due periodi di allenamento in quota, entrambi a Lavazè, il primo a luglio e il secondo a settembre. Alle volte sono anche riuscito a seguirlo a casa, quando non ero in raduno con la squadra. Il lavoro è andato bene e i feedback sono stati molto positivi. Alternando questi periodi in quota ad altri in cui si allena con il gruppo, come per esempio a giugno, ad agosto in occasione dei Campionati Italiani e il prossimo a Ruhpolding, siamo sempre a stretto contatto. Questo in realtà non manca mai, perché il lavoroè  organizzato e gestito da Fabio Cianciana e da me, seguendo anche le sue esigenze. Luki è molto motivato e fisicamente sta davvero bene. Abbiamo fatto un lavoro importante sulla forza e quello sembra stia dando ottimi frutti sia dal punto di vista atletico che della salute».

 

Per lei è il terzo ciclo olimpico. Dal punto di vista personale quanto è orgoglioso che le sia stata data fiducia per tutti questi anni?

 

«Lusinga il fatto di poter proseguire questo percorso, perché ho avuto la fortuna di allenare e gestire atleti di altissimo livello, che hanno vinto tanto. Perché, non dimentichiamolo, a vincere sono gli atleti, non noi allenatori. Penso che dietro ci sia un’identità di lavoro che continua e sembra funzionare, indipendentemente dai risultati sportivi. Da tecnico metto tanta passione in quello che faccio, a volte per qualcuno posso risultare scontroso perché dico ciò che penso. Credo fortemente che il lavoro sia l’unico strumento che porta alla massima prestazione, che non per tutti equivale alla vittoria. Spero di poter continuare su questa strada, perché è un lavoro che mi piace molto, nonostante i tanti sacrifici che comporta».

 

Ad Anterselva abbiamo visto Dorothea Wierer allenarsi con voi. Che effetto le fa non allenarla più dopo bellissimi otto anni insieme?

 

«Lei è una ragazza incredibile sotto tanti i punti di vista, a parte quelli atletici che sono sotto gli occhi di tutti. Dal punto di vista umano, chi la conosce a fondo sa che è una persona incredibile, in grado di spostare gli equilibri di un gruppo intero nel bene e nel male. Non averla, da una parte costa meno, perché era un’atleta di altissimo livello che richiedeva tanta attenzione ed energia da parte nostra. Ma alle volte manca la sua presenza umana, quella sua battuta, il sorriso. È venuta diverse volte a fare allenamento con noi, una volta siamo anche andati a casa sua dove ci ha ospitati sul suo tapis roulant. Ciò dimostra che siamo ancora tanto legati a lei e allo stesso tempo lei penso sia molto legata a noi allenatori e a tutto il gruppo di lavoro, che è sempre felice della sua presenza».