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Federico Pellegrino: “Avrei potuto fare il biathleta per caratteristiche fisiche e mentali, sicuramente mi sarebbe piaciuto”

Dopo quindici stagioni ai vertici dello sci di fondo mondiale, Federico Pellegrino si avvicina al momento dei saluti con la consapevolezza di aver scritto una pagina indelebile dello sport italiano. Diciassette vittorie in Coppa del Mondo – primato assoluto tra gli azzurri – un oro e sette medaglie mondiali, due argenti olimpici e un ruolo da faro del movimento per oltre un decennio: numeri che raccontano solo in parte l’impatto del campione valdostano.

Il gran finale andrà in scena a Saint-Barthélemy il prossimo 28 marzo, ma prima c’è ancora un ultimo, enorme traguardo da inseguire: le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Pellegrino arriverà all’appuntamento da portabandiera dell’Italia, sfilando con il tricolore nella cerimonia inaugurale di Milano insieme a Federica Brignone, diventando il primo atleta valdostano della storia a ricoprire questo ruolo tra Giochi estivi e invernali. L’azzurro classe 1990 delle Fiamme Oro è stato intervistato da Christian Leo Dufour per Il Fatto Quotidiano.

«Essere stato scelto significa che qualcosa di buono, nella mia carriera, l’ho fatto – spiega Pellegrino – non solo dal punto di vista sportivo, ma anche umano. Ho debuttato in Coppa del Mondo subito dopo Vancouver 2010 e chiudere il cerchio così dà un’energia enorme, anche mentale, per provare a fare ancora qualcosa di grande».

Negli ultimi anni, il percorso tecnico del campione azzurro ha conosciuto un’evoluzione profonda. Se fino a Pechino 2022 la sua carriera era costruita quasi esclusivamente attorno alla sprint, oggi Pellegrino si presenta come un atleta completo, competitivo anche nelle distance. «Non è stata una trasformazione improvvisa – racconta – ma un percorso di fiducia nel lavoro e in me stesso. Al Mondiale 2025 ho espresso probabilmente il miglior Pellegrino di sempre, anche sulle gare lunghe».

Una crescita che apre scenari interessanti in vista dei Giochi, dallo skiathlon alla sprint, passando per le prove a squadre, dove l’Italia punta dichiaratamente al podio. Senza proclami, ma con la lucidità di chi sa riconoscere il momento giusto per osare: «Se passerà il treno, dovrò salirci. Lasciarlo andare è la cosa che mi dà più fastidio».

Nel corso degli anni, la rivalità con Johannes Klaebo ha rappresentato uno stimolo costante. «È una leggenda, ma non parto mai battuto. Ogni sconfitta rende ancora più preziose le poche vittorie. E io sono uno dei pochi che è riuscito a batterlo».

Guardando oltre il fondo, Pellegrino offre anche una riflessione che tocca da vicino il biathlon, disciplina che negli ultimi anni ha vissuto un’enorme crescita di popolarità in Italia. Non a caso, tra le sue fonti d’ispirazione cita Dorothea Wierer, simbolo di eccellenza, continuità e mentalità vincente.

«Mi hanno detto più volte che avrei potuto fare il biathleta – racconta sorridendo – per caratteristiche fisiche e mentali. Qualcuno me lo ha anche proposto. Ho sparato una sola volta, in una situazione particolare, quindi non ho veri riscontri. Però sì, mi sarebbe piaciuto».

Parole che certificano ancora una volta il rispetto profondo tra due mondi, sci di fondo e biathlon, sempre più interconnessi nella preparazione atletica moderna e uniti, oggi più che mai, nel rappresentare l’eccellenza degli sport nordici italiani. In un’epoca in cui il biathlon azzurro è trainato da campioni capaci di vincere Coppe del Mondo e medaglie olimpiche, l’ammirazione di un’icona come Pellegrino non è solo un attestato personale, ma il segnale di un movimento che guarda avanti, forte di basi sempre più solide.

Foto: Pentaphoto (Elvis Piazzi)