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Giochi Olimpici, Milano Cortina 2026: le dichiarazioni degli azzurri dopo la sprint maschile

Certe giornate olimpiche hanno un sapore difficile da mandare giù. La sprint maschile di Anterselva lascia all’Italia del biathlon più ombre che luci, con aspettative alte e un risultato complessivo che non rispecchia il valore tecnico del gruppo. Eppure, dentro la delusione, c’è anche una storia che merita di essere raccontata.

Giacomel, la gara che doveva essere “la sua”

La ferita più profonda porta il nome di Tommaso Giacomel. La sprint, specialità che in stagione lo aveva già visto vincere due volte in Coppa del Mondo, rappresentava sulla carta la sua occasione più concreta in questi Giochi. E invece il 22º posto finale pesa come un macigno.

Tre errori complessivi al poligono, distribuiti tra terra e piedi, hanno scavato un solco troppo ampio per chi ambisce alle medaglie. Ma più del piazzamento, a colpire è il volto del trentino: occhi lucidi, sguardo basso, la necessità di prendersi qualche minuto prima di presentarsi in Mixed Zone.

“Ho fallito”, sintetizza con voce rotta ai microfoni dei giornalisti. Una frase cruda, che racconta quanto questa gara fosse sentita. “Credo questa fosse la gara più adatta a me. Sono molto deluso.”

Giacomel era arrivato ad Anterselva tra i favoriti tecnici, e proprio questo aspetto diventa il nervo scoperto della sua analisi: “Arrivare qui tra i favoriti e poi performare così male è la cosa che mi fa più arrabbiare. Non ho idea di cosa ho sbagliato a terra.”

La sprint olimpica non concede appelli e il 22º posto complica inevitabilmente anche la prospettiva dell’Inseguimento. “Non è finita, però la gara di domenica è già compromessa perché con il risultato di oggi non posso sperare di recuperare un minuto e mezzo sulla testa.” Parole a caldo, figlie della frustrazione. Ma chi conosce il suo percorso sa che la capacità di reagire non gli è mai mancata.

Hofer, esperienza e lucidità

A contenere i danni ci pensa Lukas Hofer, 13º al traguardo e miglior azzurro di giornata. Una gara solida sugli sci, ordinata al tiro, macchiata soltanto dall’errore nella serie in piedi che gli nega la top 10.

L’analisi dell’altoatesino è equilibrata, come spesso accade: “Se fosse stata una gara di Coppa del Mondo non sarebbe neanche da buttare. I distacchi non sono esagerati, come quattro anni fa quando chiusi 14º e poi nell’inseguimento ho lottato per le medaglie. Bisogna crederci fino all’ultimo.”

C’è anche un dettaglio tecnico che racconta quanto, a questi livelli, ogni particolare faccia la differenza: “Ho fatto qualche calcolo errato con il bicarbonato prima della gara e lo stomaco era sottosopra. Si impara anche da questi errori.”

Poi lo sguardo si sposta sul compagno di squadra: “Mi spiace tanto vederlo così perché so quanto è forte e cosa può fare. Sono certo che si rifarà. Ci sono ancora tre gare, e una di squadra a cui teniamo tantissimo. È importante che continui a crederci.”

Romanin, la gioia inattesa

In una giornata carica di delusione, il sorriso dell’Italia è quello di Nicola Romanin. Sedicesimo con un doppio zero pesantissimo, l’azzurro del Centro Sportivo Esercito firma una delle migliori prestazioni della carriera e si garantisce una posizione interessante per l’Inseguimento.

Fino a poche settimane fa la sua presenza ai Giochi non era affatto scontata. Oggi è il volto sereno del gruppo: “Sono riuscito a mettere il meglio di me in pista, davanti al pubblico di casa. Sono super felice.”

A dargli un’energia speciale anche la presenza del figlio Leonardo sugli spalti: “Vederlo prima di partire mi ha veramente gasato.” Un dettaglio che rende ancora più umano il racconto di una carriera costruita con pazienza, lontano dai riflettori.

Il suo sogno nasce da lontano, da quando da bambino guardava in tv René Cattarinussi ai Giochi di Salt Lake City: “Da allora il mio obiettivo è stato arrivare qui. Fino all’anno scorso era solo un sogno.”

Ora l’obiettivo è attaccare nell’Inseguimento, la sua gara preferita, dove quattro poligoni possono riscrivere la classifica.

Zeni, nove decimi che fanno male

Resta fuori dai sessanta per appena nove decimi Elia Zeni, 62º al termine di una sprint segnata da tre errori. “Non so cosa sia accaduto a terra. Tre errori sono troppi, e non essendo uno dei più forti sugli sci non posso permettermeli.” Una constatazione lucida, che racconta quanto sottile sia il margine tra dentro e fuori in una gara olimpica.

Foto: Pentaphoto/ Giovanni Auletta