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Mirco Romanin e il ritorno alla guida del settore giovanile del biathlon azzurro: “In questi anni il valore del movimento si è alzato”

Ha guidato il settore giovanile del biathlon italiano dal 2018 al 2021, contribuendo alla crescita di atleti oggi in pianta stabile in Coppa del Mondo, tra i quali spicca Tommaso Giacomel. Mirco Romanin è tornato nuovamente lì dove la sua esperienza con la nazionale italiana era iniziata, a conclusione di cinque stagioni indimenticabili alla guida della Squadra A femminile. L’allenatore friulano ha avuto anche un ruolo importante nella rinascita di Lisa Vittozzi, con la quale ha vinto anche la Coppa del Mondo, ma anche nella crescita proprio di quelle azzurre che aveva già avuto nella nazionale giovanile. Nel suo cuore avrà sempre un posto speciale lo storico oro mondiale nella staffetta femminile di Oberhof 2023.

 

Dopo aver scelto per motivi famigliari di fare un passo indietro dall’alto livello, l’allenatore di Forni Avoltri ha ben accettato la proposta di Klaus Höllrigl di restare nei quadri della FISI e guidare la nazionale juniores, dove con lui ci sono anche Dominik Windisch, Luca Ghiglione e Simon Leitgeb. Romanin, che oltre a essere l’allenatore responsabile si occupa anche della preparazione fisica e tecnica della squadra, ha a disposizione un gruppo di dieci atleti, sei uomini e quattro donne, formato da Carlotta Gautero, Nayeli Mariotti Cavagnet, Matilde Giordano, Gaia Gondolo, Hannes Bacher, Simone Motta, Manuel Contoz, Andreas Braunhofer, Julian Huber e Jonas Tscholl.

Biathlon Azzurro lo ha incontrato nel corso dell’evento della Carnia Arena International Biathlon Centre, lì dove Romanin è di casa e ha cresciuto tanti giovani fondisti e biatleti prima di entrare nei quadri FISI.

 

Come è stato tornare al settore giovanile, dopo la lunga esperienza nella nazionale di Coppa del Mondo?

 

«È stato bello, perché il mondo dello sviluppo sportivo e quindi del settore giovanile mi è sempre piaciuto molto. Per tanti anni ho lavorato con il mio sci club (Monte Coglians, ndr) e nel Comitato FISI FVG, poi sono entrato nel settore giovanile delle squadre nazionali. Ho avuto poi l’opportunità di fare questa esperienza in Coppa del Mondo che mi ha dato tanto. Tornare qui è stato ovviamente bello e motivante. Alla fine, in ogni lavoro trovare degli stimoli nuovi è importante. Sono felice di aver preso questo gruppo, dove ho trovato dieci ragazzi tutti molto bravi, educati e molto motivati. Soprattutto, è un bel gruppo di amici che si conoscevano già. È stato veramente semplice ripartire lavorando con loro. Inoltre, sono stato anche fortunato nel trovare uno staff tecnico competente ed entusiasta, formato da allenatori che già conosceva i ragazzi».

 

Sono passati cinque anni dalla sua precedente esperienza alla guida del settore giovanile. Quanto sono cambiate le cose nel tempo?

 

«In questi anni ho sempre cercato di osservare cosa accadeva nel settore giovanile, guardando con attenzione le classifiche e le gare in diretta in occasione di Mondiali Juniores e Giovani. Anche perché da allenatore della squadra A, era importante cercare di vedere anche chi arrivava da sotto, per capire se ci fosse qualcuno di un talento tale da poter portare presto a fare esperienza nei circuiti superiori. Rispetto ad otto anni fa, quando iniziò la mia prima esperienza nel settore giovanile, ho trovato un livello più alto, ragazzi più pronti e preparati. È stato più semplice partire, anche per le esperienze da me stesso maturate. Agli italiani ho visto le prime gare in questo ruolo. Devo dire che in generale il valore del movimento si è alzato in tutte le categorie e sono aumentati i numeri. Si nota come comitati, corpi sportivi e sci club abbiano lavorato molto bene in questo periodo, come hanno fatto anche i tecnici che mi hanno preceduto nel settore giovanile della nazionale».

 

Quali sono le sfide più importanti di fronte a lei?

 

«Intanto, mi ritrovo una squadra che ha diversi 2006, che dobbiamo accompagnare nel mondo senior, augurandoci facciano tanto bene da meritarsi un posto in Squadra B. Il nostro obiettivo è preparare gli atleti al mondo senior, costruendo il loro percorso formativo da atleti a lungo termine. Nel mezzo ci stanno anche le sfide internazionali giovanili, dove si cerca di fare bene, ma il focus resta prepararli al meglio per il futuro quando i risultati conteranno di più».

 

Può descriverci la squadra?

 

«Sono presenti 6 maschi e 4 femmine. È stata una scelta fatta sulla base dei risultati degli ultimi anni, nel quale il livello maschile è stato leggermente più alto dal punto di vista prestativo. Ma non è detto che in futuro le cose non si ribaltino. A Forni Avoltri ho visto un bel blocco 2008 e 2009 sia al maschile che al femminile. Anche negli Aspiranti ho visto tante cose interessanti e credo che diversi di loro tra un paio d’anni saranno già a un buon punto. Penso che nei prossimi anni il nostro movimento avrà bel materiale a disposizione per costruire il futuro biathlon italiano».

 

Entriamo nel particolare della squadra maschile, formata da tre 2006 e altrettanti 2008.

 

«Parliamo di atleti che hanno ancora tanta formazione da mettere in cascina. Un gruppo che potremmo definire eterogeneo per esperienza, essendoci due anni di differenza tra i 2006 e i 2008, ma in molti allenamenti i tre giovani hanno una qualità di biathlon molto alta. Per loro è molto stimolante confrontarsi con compagni più esperti. Ovviamente, sono più indietro dal punto di vista del lavoro organico, devono gradualmente ricevere stimoli per raggiungere gli altri tra un paio di anni, ma hanno tutte le carte in regola per farlo. Inoltre, sul tiro sono quasi loro a stimolare i più grandi. Ciò porta tanta motivazione a tutti».

 

Quattro le donne, dove invece non sono presenti 2008.

 

«Abbiamo fatto questa scelta per dare un anno di possibilità in più alle due 2006, Gautero e Mariotti Cavagnet, che hanno mostrato uno standard alto, ma ancora non sufficiente per la squadra B. Hanno entrambe ancora bisogno di un altro anno in questo gruppo. Devo dire che entrambe si sono fin qui comportate molto bene, sono cresciute in generale. Matilde Giordano purtroppo non ha gareggiato a Forni Avoltri. Peccato, perché fino al raduno di Bionaz aveva mostrato un ottimo livello, ma si è poi ammalata due volte. In questi giorni ha svolto un programma di recupero per averla pronta in vista del raduno a Chiusa Pesio. Gaia (Gondolo, ndr) ha faticato di più in generale durante la preparazione. Con lei abbiamo deciso di seguire un programma più soft per recepire al meglio gli stimoli degli allenamenti».

 

Dalla stagione ormai alle porte, ai Mondiali Giovanili gareggerà solo la categoria Juniores. Come vi siete organizzati? Anche i Giovani potranno comunque qualificarsi?

 

«Si, le porte saranno aperte anche ai Giovani, che gareggeranno con lo stesso chilometraggio nelle gare di selezione, che sono la Coppa Italia Fiocchi a Forni Avoltri, l’Alpen Cup a Isolaccia e la Coppa Italia Fiocchi a Bionaz. Allora tireremo le somme su chi disputerà le gare Internazionali. Avremo sette pettorali per la Junior IBU Cup in Val Ridanna. Lì andranno i quattro già qualificati per i Mondiali di categoria, più altri tre che si giocheranno l’ultimo posto rimasto. Chi fa parte della categoria Giovani si qualificherà ai Mondiali soltanto rientrando nei migliori quattro della graduatoria, mentre i tre che si giocheranno l’ultimo posto in Val Ridanna saranno solo Juniores. Questo per permettere ai Giovani che non si qualificano per i Mondiali Juniores di preparare al meglio gli EYOF».

 

I 2006 avranno la possibilità di qualificarsi per l’IBU Cup?

 

«Si e come ho detto loro, deve essere un obiettivo primario. Nella prossima stagione diventeranno senior e devono quindi avere la testa già pronta per la categoria. Non dovranno vivere la stagione pensando a preparare il Mondiale Juniores o le gare giovanili, ma ponendosi l’obiettivo di fare almeno un’esperienza in IBU Cup».

 

Nel suo staff tecnico ha Dominik Windisch e Luca Ghiglione, che erano nel gruppo della nazionale giovanile anche lo scorso anno, più la new entry Simon Leitgeb.

 

«Sono molto contento delle persone con cui lavoro. Sono rimasto molto colpito da loro, sin dal primo momento. Ci siamo divisi i compiti e ci aggiorniamo tanto nel corso di tutti i passaggi. Oltre a lavorare bene abbiamo anche creato subito un bel rapporto tra noi. È importante avere uno staff così unito. Se in stagione dovessero arrivare risultati importanti sarà stato anche grazie a questa alchimia. Per quanto riguarda la suddivisione dei compiti, Dominik è il referente al tiro, mentre io, oltre a coordinare in generale la squadra, mi occupo della preparazione fisica e tecnica. Al tiro le quattro ragazze sono seguite principalmente da Luca, mentre Simon è più concentrato sui Giovani e Dominik sugli Juniores».

 

Che impressioni ha tratto dopo le gare di fine estate?

 

«Sono rimasto piacevolmente colpito dal livello della squadra. Credo che in generale tra le gare di Val Martello e Forni Avoltri si siano espressi bene. Magari, non tutti sono riusciti a mettere insieme un buon biathlon, ma sono soddisfatto delle cose che hanno fatto vedere sugli sci. Questo era oggi l’obiettivo. Anche nel test sui 3000 metri, che abbiamo organizzato tra le due competizioni, si sono visti notevoli miglioramenti rispetto a giugno».

 

Colpisce che nella vostra squadra maschile vi sia una predominanza netta di atleti usciti dall’Alto Adige, mentre tra le donne è il Piemonte a dominare in questi ultimi anni. Come possiamo spiegarlo?

 

«Partendo dal presupposto che hanno lavorato benissimo in ambito locale, a volte queste situazioni si creano anche un po’ per caso. Può capitare un gruppo di giovani con alcuni talenti naturali, maschi e femmine, che crescono assieme già nell’aria compressa, si stimolano a vicenda e alzano lo standard. Da allenatore, ho vissuto per esempio un momento d’oro con il Friuli Venezia Giulia nello sci di fondo e nel biathlon, quando tutti insieme avevo tanti atleti di qualità nati tra il ’97 e il 2000. Ecco, era accaduto fondamentalmente questo, al di là del buonissimo lavoro che avevamo svolto, questi ragazzi erano cresciuti assieme fin da piccoli, stimolandosi a vicenda con l’obiettivo di fare meglio del compagno. Poi pian piano, quando si entra nelle squadre juniores e più avanti, anche chi viene da un’altra località con un percorso diverso, se ci crede e lavora sodo riesce poi a recuperare. Ma senza dubbio avere un alto livello zonale aiuta molto».

Intervista a cura di Giorgio Capodaglio