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Tommaso Giacomel

Tommaso Giacomel al Corriere dello Sport: “Voglio vincere la mia prima gara”

A 24 anni sta completando la trasformazione in un “big” del biathlon mondiale, ma ha la maturità per riconoscere che ora è arrivato il momento di vincere. Tommaso Giacomel non è più una promessa del biathlon azzurro, ma è il più grande talento in campo maschile. Cresciuto a Imer, nel Primiero, terra di fondisti, come suo papà Fabio, terzo alla Marcialonga nel 2000 e con un ottavo posto in Coppa del Mondo (Transjurassienne 2000), il trentino delle Fiamme Gialle ha scelto il biathlon e nella passata stagione ha vinto la classifica dedicata agli Under 25, giungendo ottavo nella generale. Il primierotto è stato intervistato per il Corriere dello Sport da Giorgio Capodaglio:

È dove avrebbe immaginato di essere a questo punto della sua carriera?

«È bello a questa età sapere di essere competitivo, ma la mia ambizione è sempre stata questa. Ero consapevole di avere un buon potenziale e che per raggiungere i miei obiettivi avrei dovuto continuare a lavorare tanto come avevo sempre fatto. Ho ottenuto alcuni podi, tante top ten e chiuso ottavo nella classifica generale. Sono contento, sono al punto dove volevo e dove pensavo di essere.

Penso che nella passata stagione fosse molto difficile fare meglio di quanto ho fatto, perché ho ancora alcuni limiti al tiro e anche fisicamente ho qualcosa in meno rispetto ad atleti che hanno diversi anni di esperienza più di me. C’è chi come Tarjei Bø ne ha addirittura dodici. Per colmare certi gap c’è bisogno di tempo. Sono il migliore atleta under 25 in Coppa del Mondo, ma forse non in assoluto, perché Botn è molto forte, ma gareggia per una nazione dove non è facile qualificarsi. Se avesse avuto la possibilità di gareggiare per tutta la stagione, allora avremmo avuto in Coppa del Mondo tutti i migliori Under 25. Anche se poi, quando ci siamo affrontati, l’ho anche battuto in diverse occasioni, tranne nella sprint di Soldier Hollow».

Qual è il prossimo obiettivo?

«Sto andando un po’ per gradini. Due anni fa arrivai dodicesimo e lo scorso anno ottavo, ora vorrei arrivare nei cinque della classifica generale e vincere la mia prima gara. Io voglio vincere, è quello il mio obiettivo da sempre, anche se so che non è facile, perché bisogna mettere insieme tanti pezzi, in quanto il nostro sport è ricco di variabili».

Come gestisce le emozioni in gara?

«Su questo aspetto sono cambiato molto. Sto imparando tanto, ho capito che alla fine facciamo solo gare con sci e carabina, che abbiamo la fortuna di divertirci e ricevere uno stipendio facendo quello che ci piace. Non tutti ci riescono, anche se, magari, chi smette da giovane scopre un’altra passione, che prima non aveva avuto modo di sviluppare, ed è anche più felice. Un mio vecchio compagno di camera alla scuola di Malles non è diventato un biatleta professionista, ma oggi è fotografo, è bravissimo e gli piace. Tornando a me, sento di essere migliorato su questo aspetto, vivo le cose in maniera diversa. Per esempio, nella passata stagione, dopo alcune gare magari sono stato male nell’immediato, ma a differenza del passato, già a cena ero più tranquillo».

Lisa Vittozzi diceva che è importante far si che non sia un risultato a definire sé stessi.

«Sono pienamente d’accordo con lei, quello sarebbe un gravissimo errore».

Vive con grande passione le gare dei suoi compagni.

«Sono prima di tutto amici e gli voglio bene. Lo scorso anno mi è dispiaciuto quando a inizio stagione Braunhofer ha avuto delle difficoltà e sono stato molto felice quando poi si è ripreso. Oppure sono stato male quando Didier Bionaz ha sbagliato la staffetta dei Mondiali, in una stagione che comunque per lui era stata ottima. Allora ho cercato di stargli vicino, e sento di avergli detto le cose giuste, ricordandogli che era solo una gara di biathlon e che la giornata cattiva può sempre capitare, c’era già stata in passato e ci sarà ancora. Fa parte dello sport».

Alla vigilia delle Olimpiadi di Pechino dedicò la convocazione a suo papà Fabio, ex fondista. Sente che in parte egli stia realizzando i suoi sogni da atleta attraverso lei?

«Sinceramente non lo so, perché è un uomo molto taciturno. So che è fiero di me, vede quanto mi impegno e sono convinto sia orgoglioso del mio livello di dedizione. Da ex atleta sa quanto si fatica e in realtà non avrebbe mai voluto che i suoi figli seguissero la sua strada, ma purtroppo per lui è successo. Sono diventato abbastanza competitivo, quindi penso sia felice. Quando viene a vedermi alle gare non credo soffra esageratamente, o almeno non lo dà tanto a vedere, non è il suo modo di essere. Mia mamma invece le vive parecchio male, è più passionale (ride, ndr)».

Foto: Pentaphoto