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Dorothea Wierer, la campionessa che ci ha fatto innamorare del biathlon

Ci sono carriere che si ricordano per le vittorie e altre che si ricordano per quello che hanno lasciato. Quella di Dorothea Wierer è sicuramente una carriera eccezionale. Le medaglie, le coppe e i numeri raccontano solo una parte della storia: il resto è fatto di emozioni, di attese davanti alla TV d’inverno, di un movimento sportivo cresciuto insieme a lei.

Oltre vent’anni dopo i primi passi con gli sci stretti ai piedi, Dorothea si prepara all’ultima gara della sua vita agonistica. Non in un luogo qualsiasi, ma ad Anterselva. A casa. Sulle piste che l’hanno vista bambina, poi promessa, poi campionessa e infine simbolo.

Quando entrerà nel poligono per l’ultima volta con il pettorale addosso, davanti alla sua gente e alla famiglia del biathlon, non sarà soltanto la chiusura di una carriera: sarà la fine di un’epoca per lo sport italiano.

Entrata nelle Fiamme Gialle nel dicembre 2008, dopo gli anni nel vivaio, aveva già fatto capire tutto. Tra il 2009 e il 2011 arrivarono cinque ori mondiali tra giovani e juniores: segnali chiari di un talento raro. Ma nessuno poteva ancora immaginare quanto avrebbe cambiato il biathlon italiano.

La scintilla si accese davvero il 3 dicembre 2015, a Östersund. Pettorale 46, freddo svedese e la prima vittoria in Coppa del Mondo, sedici anni dopo l’ultima italiana Nathalie Santer. Non fu solo un successo: fu l’annuncio che l’Italia aveva trovato una campionessa capace di stare stabilmente tra le migliori del mondo.

Da quel giorno iniziò un decennio irripetibile. Vittorie, podi, la continuità delle grandi. Poi il biennio perfetto: le Coppe del Mondo generali 2019 e 2020. Nel mezzo, il Mondiale di Anterselva 2020, forse il momento più iconico: due ori e un argento davanti al pubblico di casa. Un legame quasi emotivo tra atleta e luogo.

In quegli anni Dorothea è diventata il volto del biathlon azzurro. Non solo per i risultati — quattro titoli mondiali, quattro medaglie olimpiche, coppe e successi in Coppa del Mondo — ma perché ha reso popolare uno sport che prima viveva lontano dai riflettori. Grazie a lei tanti ragazzi hanno scoperto il biathlon, tante piste si sono riempite, e un’intera generazione ha iniziato a seguire gare, nomi e classifiche con la naturalezza riservata alle grandi discipline.

La sua storia è fatta anche di ritorni. Sempre Östersund, dieci anni dopo. Il 2 dicembre 2025, nella stessa gara della prima vittoria, Dorothea torna sul gradino più alto del podio. Pettorale diverso, esperienza diversa, ma la stessa emozione. Il cerchio che si chiude.

Era reduce da stagioni difficili, acciacchi e dubbi. «Mi avevano dato tutti per finita, e anche io», aveva confessato. A 35 anni la domanda non era più come vincere, ma se continuare. Il desiderio di una vita diversa, di costruire una famiglia con Stefano, si affacciava sempre più forte.

Eppure proprio quella vittoria ha raccontato chi è davvero Dorothea Wierer: non solo la campionessa dei giorni migliori, ma l’atleta capace di rialzarsi quando sembrava impossibile.

Ora arriva l’ultimo appuntamento, ancora Anterselva. Non un addio improvviso, ma un ritorno al punto di partenza. Come se tutta la sua carriera fosse stata un lungo giro sugli sci, destinato a riportarla lì dove tutto era cominciato.

Dopo l’ultimo colpo al poligono e l’ultimo giro di pista inizierà una nuova vita. Probabilmente lontana dalle competizioni, ma difficilmente lontana dal biathlon: certi legami non si sciolgono.

Il movimento azzurro continuerà, crescerà con nuove generazioni, con Lisa Vittozzi e Tommaso Giacomel come nuovi riferimenti. Ma una cosa resterà: per molti tifosi il biathlon sarà sempre lo sport scoperto grazie a lei.

Perché alcune campionesse vincono gare. Altre cambiano uno sport.

Dorothea Wierer ha fatto entrambe le cose.

Foto: Elvis