Coppa del Mondo, la giovane Julia Tannheimer intervistata da Biathlon Azzurro
Julia Tannheimer è sicuramente uno dei talenti più cristallini del biathlon del futuro. I paragoni con le grandi campionesse tedesche del passato tra gli addetti ai lavori non si risparmiano, ma per il bene soprattutto della diretta interessata è giusto evitare voli pindarici, e vederle compiere gli ultimi passi che le mancano per arrivare ai vertici di questo sport. Già capace di ottenere quattro piazzamenti in Top 10 a livello individuale e quattro podi in staffetta, la classe 2005 originaria di Ulm è una delle più giovani attualmente in gara in Coppa del Mondo, dove gareggia in pianta stabile già dalla stagione scorsa.
Dopo Camille Bened e Suvi Minkkinen, il ciclo di interviste ad atlete di altre nazionalità di Biathlon Azzurro continua con lei. Prima di iniziare, non si può che ringraziare, sia Julia per la sua disponibilità, sia la responsabile della comunicazione ed ex biathleta Maren Hammerschmidt per avere organizzato la chiamata. La redazione di Biathlon Azzurro l’ha raggiunta telefonicamente a Ruhpolding, appena concluso il trasferimento da Oberhof.
“Ho iniziato a praticare biathlon quando avevo 10 anni in un piccolissimo stadio a Ulm. Per la poca neve, era risaputo che se volevi continuare ad allenarti con continuità era necessario spostarsi nella Foresta Nera e frequentare una scuola specifica. E’ quando sono andata laggiù, a 16 anni, che ho iniziato a vedere il biathlon come una professione, perché per rimanere bisognava ottenere risultati di rilievo a livello giovanile.
Il biathlon è sempre stato il mio sport preferito. L’unico, in realtà, che guardassi per davvero in televisione; seguivo le repliche alla sera quando non potevo vedere le gare in diretta ed ero una super tifosa fin da bambina. Quando ho saputo che potevo farlo vicino a casa, ho deciso di provare e di unire il fatto di andare bene a scuola con il diventare un’atleta professionista”.
Coniugare studio e sport è stato intenso:
“Fortunatamente tutti gli insegnanti e il personale scolastico mi hanno aiutata più che potevano. Specialmente l’ultimo anno, sono stata via quasi sempre per le trasferte e credo di essere andata a scuola solo una cinquantina giorni. Per sopperire a ciò, ho seguito lezioni individuali per imparare più velocemente ciò che gli altri apprendevano in classe”.
Quanto è stato difficile per te vivere gli anni dell’adolescenza e della scuola in modo diverso dai tuoi coetanei, con tutti i sacrifici che diventare un’atleta professionista richiede?
“Per me è stato sempre bello. Mi piace allenarmi e viaggiare, e, in fondo, faccio ciò che amo di più. Ora che ho finito scuola ho anche più tempo per me stessa, riesco a incontrare amici in estate e nei periodi di riposo. Penso che se si rimanga sempre e solo focalizzati sul biathlon possa essere troppo da gestire mentalmente. Fortunatamente vivo in una città (Friburgo ndr) in cui pochi seguono questo sport, e perciò posso fare ciò che voglio senza che nessuno mi riconosca, vivendo anche momenti di un’esistenza completamente normale”.
Molto dipende anche dal posto in cui si vive. Non è la stessa cosa, in Germania, per chi abita vicino ai centri di Coppa del Mondo:
“Ho molti contatti con Julia Kink che vive a Ruhpolding, e mi dice sempre che quando sei in giro per strada tutti ti fermano, chiedendo come vanno gli allenamenti o cose del genere. Sono felice che ciò non accada a me perché mi piace molto potere avere una vita privata al di fuori del biathlon. Certo, è piacevole avere un po’ di notorietà, ma a piccole dosi e solo per alcune settimane dell’inverno come a Oberhof o qui a Ruhpolding”.
L’intervista si sposta poi su un’analisi della stagione in corso, in cui alcuni errori di troppo al tiro hanno compromesso la possibilità di ottenere risultati più prestigiosi:
“Sono in parte felice e in parte no. Sono migliorata molto sugli sci rispetto all’inverno scorso e sono soddisfatta che il nuovo metodo di allenamento di quest’anno dia i suoi frutti. Al contrario, non sono felice di come sparo al poligono; è andata meglio a Oberhof, ma non sono contenta delle mie performances. Fino a settembre sparavo molto bene, poi ho iniziato a peggiorare e quando inizi a pensare al perché sta succedendo questo, tutto diventa molto difficile. Spero che le cose vadano meglio da Ruhpolding in poi”.
Anche perché le Olimpiadi sono vicine, e i posti disponibili per una squadra di alto livello come la Germania sono pochi per accontentare tutti:
“Penso che le Olimpiadi siano il grande obiettivo di ogni biathleta. Sono contenta di aver raggiunto i requisiti per le qualificazioni, ma fino ad adesso cinque atlete lo hanno fatto e potranno diventare di più nelle prossime tappe. Purtroppo solo quattro saranno alla partenza nelle gare olimpiche, quindi spero solo di ottenere buoni risultati e di poter partecipare, perché è il sogno che ogni sportivo ha fino da bambino. Certo, io e Selina (Grotian ndr) per fortuna avremo altre chances nel caso non dovessimo riuscire”.
Un pensiero sulla squadra tedesca, reduce da un inizio di stagione più difficile rispetto a quello della stagione scorsa:
“C’è armonia nel gruppo, in inverno ognuna di noi è chiaramente più focalizzata su se’ stessa e si condividono meno momenti insieme rispetto ai ritiri estivi. Siamo un ottimo gruppo e ci aiutiamo l’un l’altra quando qualcuna di noi ha bisogno; questo si evidenzia dal fatto che nei giorni di riposo spesso facciamo qualcosa tutte assieme.”
Qual è l’aspetto che più ti piace dello sport che pratichi?
“Del biathlon in generale la cosa che mi piace di più è che non si sa mai come possa finire la gara; c’è molta più imprevedibilità rispetto ad altri sport come per esempio nello sci di fondo. Niente è sicuro, può capitare qualunque cosa. In allenamento mi piace il fatto che sia vario, che si può fare tanto su molti aspetti, lavorando su ogni singolo dettaglio.”
Hai un sogno nel cassetto al di fuori del biathlon?
“Si, ne ho sempre avuto un altro ed è quello di studiare medicina. Purtroppo al momento non sono compatibili e ho deciso che quello del biathlon fosse più grande. Chissà, magari quando smetterò di essere atleta inizierò a studiarla, o forse sarò troppo vecchia e faro qualcosa di diverso”.
Per concludere, un cenno alla squadra italiana e agli ottimi risultati conseguiti:
“Quest’anno, specialmente dopo Oberhof, chi mi ha impressionato di più è sicuramente Tommaso Giacomel. Non ho avuto ancora la possibilità di conoscere bene le ragazze italiane, a volte ho scambiato alcune parole con Hannah Auchentaller ed è stato piacevole. Ovviamente sono una tifosa sia di Dorothea Wierer, sia di Lisa Vittozzi, ma non credo che loro mi conoscano (ride ndr)”.

